Questo racconto doveva accompagnare una scultura di terra e paglia intitolata “Intrecci” da realizzare vicino a un ciliegio nella campagna di Sarnonico. Era parte di un progetto di una mostra all’aperto che non fu possibile realizzare. Il racconto è restato. Riletto e rivisto, torna nelle mani del Gruppo Terrae. Abbiatene cura.


Vestita di fiori e di pioggia
L’ultima volta c’era andata col nonno. Al tramonto, dopo munte due vacche.
«Angelina, andiamo a quella macchia di abeti,» le aveva detto «c’è la tana delle volpi». Il nonno l’aveva presa per mano. Era una mano grande e calda, piena di calli.
Il cielo era spruzzato di porpora. Arrivarono a un ciliegio in fiore. Angelina guardò il nonno e rise. I volpacchiotti erano spuntati dalla macchia di abeti e si rincorrevano nei campi. Era il ricordo più chiaro del vecchio, poi un giorno le cose e gli odori cambiarono.
«Dove andiamo?» chiese Angelina al nonno.
«Torneremo presto».
Quando il nonno morì nella terra immensa, Angela aveva trent’anni e una laurea. Inseguiva le guerre del mondo. Una dietro l’altra, senza tregua, senza un respiro, solo quello dei corpi bambini tranciati dalle mine giocattolo. Per vent’anni. Qualche volta tornava a casa, e la sera, seduta in una piccola terrazza, guardava il formicaio di luci della città. Ascoltava il rumore sordo di milioni di vite e chiudeva gli occhi. La valle che l’aveva cullata le appariva come una visione e per qualche istante si assopiva. Erano passati decenni.
Una sera portò due valigie vicino alla porta di casa. Il mattino dopo sorvolava il mondo. Poi, dopo ore e ore, giunse a una gola di roccia grigionera. Era la porta della sua valle. Quegli strapiombi li aveva visti da bambina e aveva tremato. Ancora un’ora e sarebbe arrivata.
Il paese di sassi e legno non esisteva quasi più. Molte case erano nuove, dipinte di fresco e curate. Angela sciolse i capelli ancora biondi. Il vento tiepido le accarezzò il viso. Vicino la chiesa ricordava un ponticello di legno per passare un ruscello. S’inginocchiò, cercando nell’acqua i piccoli gamberi che le faceva vedere il nonno. Non li vide, erano spariti assieme alla vita da bambina che cercava di ritrovare. Riprese a camminare lungo un sentiero. L’erba, mossa da un soffio invisibile, ondeggiava lungo il crinale.
La montagna emerse come un veliero azzurro da un mare di verde. Sulle cime c’era ancora la neve.
«Qua c’era il nostro campo di segale, laggiù le patate». Si sorprese a parlare sottovoce da sola, o forse parlava col nonno. «Su quella montagna c’erano gli orsi e le streghe, e laggiù, su quei monti lontani, c’erano i morti della guerra mondiale sepolti nel ghiaccio». Le parole del vecchio, risalite dalla pancia, le erano uscite dalle labbra socchiuse. Respirava di nuovo quell’aria che sapeva di terra.
Raggiunse una croce. Lì si inginocchiava a pregare col nonno.
Un giorno lui le aveva costruito una piccola gerla, era quasi un giocattolo.
«Quando andrai a scuola, ne avrai una vera. Dovrai caricarla sulle spalle, andare nel bosco e riempirla di rami e di pigne».
Quella sorte non le era toccata, ma rivide le mani e le dita nodose del vecchio che intrecciavano rami sottili di nocciolo, e lei che raccoglieva papaveri e fiordalisi e li portava al crocifisso. Lì si incrociavano due stradine di campagna.
Era maggio. Sulla croce depose un ciuffetto d’erba, un altro lo legò con un filo e se lo mise tra i capelli.
Ecco il ciliegio fiorito. «Com’è diventato grande! Che scorpacciate, e che mal di pancia la sera!». Andò a sedersi sotto la chioma. Era stanca. Si appoggiò al tronco e si lasciò cullare dal candore della chioma.
La svegliò una pioggerella di petali che le scivolavano sul viso. Il cielo era scuro, agitato dal vento. Si alzò. Un bagliore, un rombo sordo, un volo nero di corvi, poi uno scroscio di pioggia. «Passerà presto» si disse, o forse sentì la voce del nonno, oppure era come se avesse sempre vissuto lì e sapesse riconoscere i segni del cielo. Restò riparata sotto il ciliegio e aspettò. Una pioggerella di petali bianchi le carezzava il viso e i capelli di frumento. Sentì il desiderio di bagnarsi di pioggia, di fiori, di nutrirsi della forza del grande ciliegio. Stette così, come fosse ancora bambina, e si accorse tardi di un uomo che veniva verso di lei con la gerla sulle spalle. La pioggia stava smettendo. Ebbe un fremito di freddo, forse un po’ di paura come fosse ancora bambina. Si strinse nelle braccia. L’uomo si avvicinava a passi lenti e vigorosi guardando le montagne. Si fermò quando fu vicino al ciliegio. Vide Angela e sorrise. Era vestita di fiori e di pioggia. Lei sentì nella pancia un calore benefico. Si guardarono per qualche istante, senza parlare.
Le nuvole sparirono, la pioggia pure. I prati eranno punteggiati di coriandoli bianchi. Degli uccelli avevano ripreso a cantare. L’uomo fece qualche passo. Lei vide due poiane che disegnavano cerchi tra le nuvole. Lui si sfilò la gerla.
«Tu sei l’Angela dei Còmodi, la nipote del Checco. Ti ricordi? Andavamo a slittare laggiù».
Lei si avvicinò e lo scrutò a lungo negli occhi. Erano verdi e castani.
«Tu sei Francesco, ti chiamavano il Mansueto» disse piano. Restarono vicini, a guardarsi.
Si abbracciarono.
Lei sapeva di erba bagnata, lui di terra e legno.
«Quanti anni sono?».
«Non lo so» rispose lei.
«Non eri in giro per il mondo?».
«Sì, fino a ieri. È la prima volta che torno, sono appena arrivata. Volevo vedere dov’erano i campi e le volpi e sei arrivato tu».
«Andavo per legna a quel bosco di abeti laggiù, ma sarà tutta bagnata».
Lui tirò fuori dalla gerla un telo di sacco e si sedettero a parlare sotto il ciliegio.
«Dove sei stata?» le chiese.
«A curare i bambini mutilati dalle mine giocattolo. Ce ne sono migliaia… E tu?».
«Cos’è capace di fare l’uomo! Io insegno ai bambini a intrecciare i rami di nocciolo con la terra e la paglia. Se ti fermi qualche giorno, vieni a vederli. Imparano e sorridono».
La sera e il silenzio li colsero vicini, a parlare e raccontarsi le loro vite sotto il ciliegio fiorito. Più tardi il sole divampò. Dipinse nel cielo pennellate di verde, di viola e spruzzi di porpora. La luna illuminò le montagne e la neve.
Nei loro occhi il fuoco danzava.
Fino all’aurora.

© Marco Romano
Fondo-Sarnonico, 2007-2015
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