Il Gruppo Terrae assieme al maestro e amico Benito Trolese

Legami
APSP “Anaunia” di TAIO” e “Santa Maria” di CLES
Par entant ch’ela la fila
en giarzuèl en cianevèla,
en n’in conta el Zan na
bèla
a tegnir en pè ‘l filò!
Mentre lei sta filando
una ciocca di canapa,
Giovanni racconta una
bella storia
per tenere allegro il filò!
Il serpente sentiero
La residenza Anaunia di Taio sorge nei pressi dell’antica strada di collegamento con Cles. La strada vecchia è un serpente che si dimena, si torce, si arrotola. Le strade arcaiche non sono mai rette, seguono la conformazione del terreno. Sono umane. Così gli artisti hanno pensato bene di ricreare, con il legno, la forma del serpente. Già di per sé il legno è un materiale mitologico. Gli artisti sono consapevoli che nel legno si celano una saggezza e una scienza sovrumane. Sanno che la corteccia non è solo la pelle del legno, è anche una forma di scrittura, come gli ogam nordici. Questi legni li hanno presi nel bosco, tagliandoli, ripetendo l’atto che fonda il nome stesso del paese in cui operano: Taio. Il toponimo infatti deriva da talium,taglio(tai in dialetto), per indicare un luogo ove fu tagliato il bosco, ovvero disboscato (Abelardo da Tallo, XII secolo, de Tagio, 1220). Loro li hanno intrecciati, legati, arrotolati, creando forme geometriche: il cerchio perfetto, un quadrato slabbrato esterrefatto dei propri angoli sformati, una linea a zig zag che si accolla il diritto di non essere retta. In questo serpente sentiero hanno appeso, appoggiato e incastrato scale di legno, forche, el zapin, el segon, fruste, la maza, la tinozza, la ruota di un carro, el rastrel, un aratro, ecc., oggetti della tradizione arrivati fino a noi carichi di detti e di proverbi che gli anziani sanno ancora raccontare. E mentre gli artisti creavano l’installazione, le parole correvano fluenti, diventando eco, incorporandosi nella materia. Perché questo tipo di tradizione è prevalentemente orale, non erudita e non scritta, trasmessa tramite il fare concreto. Ogni oggetto porta con sé il significato di un patrimonio di valori, tecniche ed usanze trasmessi da genitore a figlio, attraverso generazioni, in seno a modi di vita sostanzialmente condivisi e collettivi. La tradizione nasce quando la distanza tra passato e presente diventa ampia: sono i dislivelli di cultura a far nascere il termine “tradizionale”.
Giuseppe Dondi, Alberto Larcher, Roberto Rossi e Fabio Seppi svolgono la funzione di collegamento tra questi due mondi, incorporando gli strumenti del lavoro di un tempo forniti dagli ospiti e dai loro parentiall’interno di un simbolico serpente, trasformando il tutto in un’opera d’arte “collettiva”, in modo da far prendere coscienza di un’eredità tradizionale alle giovani generazioni affinché non cisi dimentichi. E le prime scolaresche che si sono avvicinate a quest’opera hanno ben compreso l’importanza dei legami intesi come legatura, lacci del materiale usato e come vincoli di natura morale, affettiva. Il valore di questo lavoro sta nell’aver inserito i materiali antropologici all’interno di un’opera d’arte, sottraendoli all’esotico. Ecco l’importanza della forma del serpente-sentiero, animale qui non inteso nel suo ruolo di abitatore e guardiano del mondo infernale e del regno dei morti ma considerato per la sua funzione positiva di ponte tra la terra e gli inferi. Ci siamo dimenticati dei serpenti domestici che rappresentano la benedizione delle anime degli antenati – in alcune tribù africane il serpente viene nutrito con il latte come fosse un figlio e parte della famiglia – oppure la fede nel loro potere di guarigione, come ci ricordano i serpari abruzzesi di Cocullo. O ancora il loro simbolismo di rinascita, grazie alla muta annuale – morte e rinascita –, o al colubro di Esculapio, consacrato al dio della medicina che noi troviamo attorcigliato sul caduceo che ancor oggi contraddistingue le farmacie e l’ordine dei medici. Gli artisti, utilizzando il legno per costruirlo, hanno voluto recuperare la forza della natura insita nel materiale, una forza primitiva ma fortemente connotata da un Io ancestrale che accomuna tutti noi, al di là di ogni individualità. Un serpente che nel mito di questa terra diventerà il drago, il basilisco, portatore di morte ma anche sorvegliante e guardiano di ricchi tesori. E la val di Non, come ben sappiamo, in passato è stata ricca di miniere e di leggende legate ad esse.
I nostri quattro costruttori di “mondi” hanno saputo coniugare al meglio tutte queste tradizioni, nella consapevolezza che il ricordo collettivo dell’umanità è simboleggiato proprio dal serpente, e non dimenticano quanto ha detto Pitagora: vi è chi crede che quando la spina dorsale si è putrefatta nel chiuso sepolcro, il midollo dell’uomo si muti in serpente.
Fiorenzo Degasperi
Il sacro cerchio
La delicatezza di un artista sta nel camminare con circospezione in un territorio, rispettandone contesto e valori. Anzi, valorizzando, con un linguaggio nuovo, ciò che trova sotto i propri piedi, come è successo qui a Cles, dove la residenza Santa Maria sorge proprio su uno dei luoghi sacri più importanti del Trentino: i Campi Neri. Infatti recentemente è venuta alla luce la via sacra di collegamento tra il villaggio degli anauni, la città dei morti e un incredibile tempio retico a cielo aperto. La Via sacraè stata mantenuta dai romani e volutamente dimenticata nel medioevo, perché apportatrice di dèi pericolosi per la cristianità – non è lontana l’iscrizione a tutti gli dei e alle dee per la salvezza degli abitanti del castello di Vervassio Quadrato dedicò pubblicamente – e dell’eco del dio Lug, il dio della luce, o di altri dèi dimenticati. Come non ascoltare i sussurri del tempo? Ecco allora nascere il cerchio, simbolo del sacro per eccellenza. Il cerchio altro non è che il serpente colto mentre si morde la coda, l’egiziano Uroboro, chiamato altresì Ouroboros, apparentemente immobile ma in eterno movimento, raffigurante il potere che divora e rigenera se stesso. E’ scolpito in pietra sulla colonna ofitica del Duomo di Trento (abisde meridionale) e lo troviamo lavorato nella pietra adagiata nella navata della chiesa romanica di Dardine, in val di Non, a pochi passi da qui. Gli artisti, questo cerchio infinito che non conosce inizio né fine, lo hanno voluto realizzare in legno, la materia dei boschi che circondano la valle, la stessa materia con cui erano costruite le capanne che qui, ai Campi Neri, si ergevano attorno al fuoco primordiale. Un cerchio fatto di intrecci, di trame, di tessuti lignei che a tratti si presentano nelle loro svariate sfumature cromatiche: legno integro e legno a cui è stata tolta la pelle-corteccia, permettendo quindi all’intera struttura di assumere dinamicità e plasticità. Legno appuntito e legno contorto, attorcigliato come un serpente. Un cerchio che viene interrotto da tre aperture asimmetriche: infatti sono collocate tutte tra l’est e il sud. E non è un caso. Queste tre aperture sono i varchi che le tre religioni monoteiste hanno aperto verso l’oriente, verso i centri della loro fede così materialmente lontani ma così idealmente vicini da sovrapporsi quasi. E le tre aperture rappresentano la storia della nostra terra, anche di questa parte della provincia, di questa val di Non che ha visto la presenza di piccole comunità ebraiche – rimaste nel ricordo dei cognomi e dei nomi –, l’esistenza del cristianesimo cattolico e la timida e appartata realtà musulmana. Tutte e tre le fedi guardano ad oriente. L’ebraica verso Gerusalemme, il Tempio perduto, la diaspora, la speranza dell’eterno ritorno. Il cristianesimo verso il Paradiso Perduto, l’Eden: le absidi delle chiese medioevali accolgono il sole che nasce e con esso la speranza concretizzata nella presenza dell’altare e, un tempo, delle braccia alzate del sacerdote verso l’astro di luce. I musulmani flettono il loro corpo verso la Mecca, verso la pietra nera, la Ka’ba, che accoglie il ricordo della nascita di Maometto e i silenziosi cortei dell’hajj, del pellegrinaggio.
Il cerchio di legno rimanda anche al cerchio di sassi che è a qualche metro di distanza, il cerchio di un tempio preistorico che per secoli ha portato le voci dei fedeli verso l’alto, verso il cielo, verso la presenza di dèi senza nome. Così, in questo grande prato rivolto a mezzogiorno, dove le verticali cime del gruppo del Brenta fanno da corona verso occidente, antico e contemporaneo dialogano arricchendosi l’un l’altro.
Tra i flessibili legni che spuntano da questa ricca terra, gli artisti hanno inserito anche qui, come a Taio, una serie di oggetti che provengono dal lavoro di un tempo. Materiale e spirituale si contaminano, la cultura antropologica si confondecon l’anima della circolarità del tempo infinito. Il pubblico di Santa Maria può trovare così – in questa grande opera che seguirà le furie del tempo ridiventando, prima o poi, nuovamente polvere – i propri oggetti che sono stati compagni di vita per anni, oggetti altrimenti abbandonati alla dimenticanza e alla silenziosa morte.
Fiorenzo Degasperi
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