Legami umani

Di Carmine Ragozzino

 

Anna, Celestina, Franca, Pierina. E, ancora,  un’altra Anna. In cinque fanno 458 anni. Con Cesira gli anni sarebbero saliti ancora. E che salita. E che impennata anagrafica:  565 anni. Sì, perché Cesira di anni ne aveva collezionati  la bellezza di 107. Ma a quell’età – un’età incredibilmente giovane per lo spirito, la simpatia e invidiabile lucidità – Cesira ha deciso. Ha deciso che bastava. Se n’è andata. Ma ci sarà sempre.

Anna, Celestina, Franca, l’altra Anna e, indimenticabile, Cesira. Sono le bianche colonne della casa di riposo di Taio. Colonne dalle ginocchia dolenti ma dalla schiena dritta. Colonne senza saperlo. Senza volerlo. Sono esempi di una semplicità salvifica in questo mondo complesso. Lentezza degli arti, sorprendente velocità della mente.  Nel mentre gli artisti del “Gruppo Terrae” costruiscono all’ingresso dell’ospizio il loro giocoso monumento alle memorie agricole intrecciando natura e testimonianze di antica fatica –( rami e vecchi attrezzi della campagna) – le signore fanno filò. E l’allegria scherzosa del loro filò si fa lezione.

Racconti, appunti sparsi, flash di esistenze ardue. I ricordi possono essere confusi ma non sono sbiaditi. E le parole, in divertita libertà, valgono tutti i punti di una laurea. Valgono tutti gli atti di un convegno sulla senilità.

Ogni oggetto tra quelli usati e valorizzati nell’opera del “Gruppo Terrae” è uno spunto per rinverdire un passato che per loro –  le ragazze ottuagenarie – non è mai passato. Un passato per il quale non ci può essere nostalgia perché quel tempo era tempo di stenti. Di lunario incerto. Ma è un passato che non si può, non si vuole e non si deve rimuovere: quel sudore campagnolo, ettolitri di sudore, non riusciva ad annacquare la ricchezza della socialità. Anche tra poveri.

Donne forti. Sono fortissime le ragazze che sono andate avanti, tanto avanti, con l’età. La stalla, le bestie, il frumento, la vipera che quasi t’ammazza e invece l’ammazzi tu con il coraggioso bastone della sopravvivenza. E poi le guerre. E poi i padri e i fratelli emigranti. Quell’America che per qualcuno è fortuna e per troppi è solo altra sofferenza. Insopportabile. Con il ritorno che sembra di nuovo la partenza: in bolletta. I figli da tirar su – all’epoca erano tanti da non ricordarsi quasi i nomi –  senza potersi permettere né regali né coccole. E la “gerla”: peso, macigno. O mani che gelavano in inverno e bruciavano in estate. O il fieno da tagliare: lavoraccio. Altro che il divertimento dei turisti quando provano l’ebbrezza della tradizione. Una tantum. Il fieno delle contadine? Era un’esplosione di bolle.

Gioiscono per poco, per nulla, le anziane ragazze. Oggi parlano anche con gli occhi. La felicità? Era anche un avanzo delle cervella – pasto ricco e prezioso – che i benestanti lasciavano in una macelleria. Le frattaglie “rubate” al pattume diventano pranzo di gala. Così come era una festa la patata “profumata”, solo profumata, da un’aringa: appesa al centro della tavola.

Miseria e nobiltà. Un’economia di sussistenza per queste “signore” nonese e solandre che nei campi hanno trascorso mezza e più vita. Una vita dura ma vissuta, ben prima che i campi valligiani diventassero sostanziosi conti in banca grazie alla coltura e alla cultura delle mele.

Eppure se si guardano indietro –  e una volta che il loro filò decolla non atterra più – le colonne di Taio  regalano meno passato e più presente. Anzi, offrono una chiave di lettura del presente. Altro che nostalgia. Capita che si sentano quasi in imbarazzo per la loro vecchiaia amorevolmente assistita quando pensano lucidamente  a chi diventerà vecchio domani.

Hanno figli. Hanno nipoti. Li scrutano un poco spaesate quando chattano o quando parlano da soli con il cellulare in tasca e la cuffia che scalda. Ma non si spaventano le signore. Né si scandalizzano. Forse perfino si divertono. O forse, al contrario, hanno timore. Ma non temono la tecnologia. Temono il futuro. Ma non il “loro” futuro. “Il nostro era un mondo di fatica e scarsa soddisfazione. Ci accontentavamo. Dovevamo accontentarci di un pizzo per la festa. Ma quello di oggi è un mondo che torna indietro. I miei nipoti hanno studiato, sono bravissimi, sono rispettosi, sono affettuosi. Ma quando lavoreranno? Quando andranno in pensione? Come si faranno una famiglia?”.

Eccole le colonne di Taio. Colonne di una saggezza alla quale l’età permette anche larghe dosi di ironia. Contagiosa. “Insomma, ad un certo punto ho dovuto prendermi un contadino come marito. Ero stufa di far fatica da sola”. E sui contadini di oggi il giudizio è impietoso: “Questi sanno solo guidare i trattori”. Femminismo da novantenni, ma pur sempre femminismo.

Da Taio a Cles c’è qualche chilometro. Ma l’umanità è a chilometro zero. Si confonde e si compendia. Se a Taio le colonne sono femmine, alla casa di riposo di Cles anche gli uomini tengono un po’ di banco. Scrutano come e quanto cresce l’altra creazione del “Gruppo Terrae” nel magnifico giardino fiorito.

Erminio, Giuseppe, Renzo: anche qui, sommando le rughe, si va verso i trecento. Anche qui, sommando i pensieri, non si andrà a trecento all’ora ma nemmeno si va piano. Il motore della memoria è un diesel. Magari sbuffa ma non tradisce. Anche a Cles ricordi. Anche a Cles pensieri. E sorprese.

L’opera del “Gruppo Terrae” intreccia noccioli e attrezzi dei campi in un tempietto di natura. Ma il tempio apre tre porte di speranza. La speranza nella convivenza tra religioni. Per gli anziani ospiti è altro. E’ un roccolo.  “Un roccolo, come quelli dove passavamo tempo a catturare uccelli”. E quella falce che per gli artisti è insieme testimonianza e simbolo? “Qualche volta non avevo nemmeno la forza di impugnarla. Porca miseria quanto è stata dura”.

Era dura anche per chi non faticava nei campi. Era dura anche per chi del suo passato lavorativo sente ancora oggi l’odore. Anzi l’ ossessione: ineliminabile puzzo di diluente. “Ma quel lavoro mi dava il pane per la famiglia. Oggi sono qui, trattato benissimo da un personale bellissimo. Che altro si può chiedere di più?”. Agli anziani basta poco, basta un po’ d’anima, per non sentirsi ai margini.

E Lina, 97 anni che se te lo giurano non ci credi, ai margini non è mai stata. Il suo gerovital? La scuola: insegnante girovaga tra Alto Adige e Trentino. Pioniera di un’istruzione diversa da quella di oggi ma ieri come oggi – e lo dice con solennità – utile solo se unita alla passione.

Lina è maestra nel non salire in cattedra come forse potrebbe. Ascolta gli ospiti, gli altri anziani ospiti alla residenza  che riassettano i  loro ricordi. Se dà i voti, non li dice.

Che nel lungo doposcuola della vita la materia più importante di tutte, la più difficile da praticare, sia davvero l’umiltà?

 

 

Dal catalogo LEGÁMI – 2017