ARTE, NATURALMENTE

Di Carmine Ragozzino

 

“Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo”. La canzone – il vintage che oggi non guasterebbe – è di Gino Paoli. Una canzone. Un messaggio. Una speranza.

Ma si può manipolare una canzone per riadattarla con affetto – (non artatamente, e dunque senza inganno) – al “Gruppo Terrae”? Certo che si può. Gli amici dei quali qui si parla praticano “anche” un’arte che di  questi tempi cupi non è scontata. E’ l’arte di un rapporto ormai fraterno: lungo e  intenso. E sono, appunto, in quattro.

Il bar? C’entra e non c’entra. Tuttavia i quattro in questione non disdegnano i brindisi, pur senza esagerazione. I prosit vengono prima e soprattutto dopo i loro oramai numerosi, significativi e inusuali progetti artistici. Sono brindisi da discussione: spesso animata. Alla fine, sono brindisi di accordo. E sono i brindisi grati a chi li aiuta nelle loro imprese. E i quattro del “Gruppo Terrae” confidano che ad aiutarli siano sempre di più.

I progetti d’arte, infatti, sono pregevoli già quando sono singoli. Ma i progetti d’arte attivano un moltiplicatore di valore quando sono azioni collettive. Quelle del “Gruppo Terrae” sono sempre azioni collettive.

Cambiare il mondo poi. A casa dei quattro amici, dei quattro del “Gruppo Terrae” , non abita certo la presunzione. Eppure fanno la loro piccola parte nei territori ancora troppo inesplorati e vitali  dell’ecologia. Non solo dell’ecologia ecologia.

Accade quando traslocano – non metaforicamente – la loro competenza. Quando stendono all’aria le loro diverse tecniche creative. Quando incrociano le loro esperienze, le loro conoscenze, le loro pratiche. Ma accade anche quando zappano. Quando segano. Quando legano e collegano  i materiali che offre la natura. Materiali semplici  che diventano strumento creativo. Che diventano simbolo. Con il “Gruppo Terrae”  l’arte è contadina. O torna contadina. Per loro la natura è mezzo e guida.

Da tre lustri e due anni a questa parte quelli del “Gruppo Terrae” lasciano dunque i loro laboratori per trasferirsi sui prati, nei boschi, vicino ai rivi o sotto le vette. E’ un trasferimento più o meno annuale – un appuntamento impegnativo e gioviale –  negli  spazi di montagna, di collina e di pianura. Negli spazi all’aperto il “Gruppo Terrae” lavora. Negli spazi all’aperto si intrecciano le idee ma anche, soprattutto, le idealità e valori che motivano i quattro artisti. Negli spazi aperti il “Gruppo Terrae” ritrova e vuol far ritrovare suggestioni ed interiorità a chi – purtroppo e inevitabilmente – rischia di smarrire i sentimenti nella frenesia del quotidiano.

I quattro del “Gruppo Terrae” riempiono dunque i loro zaini di attrezzi. Ma li riempiono anche di rispetto e di amore. E’ l’ammirazione per una natura che è grande, anzi è grandissima, proprio nel “suo piccolo”: un ramo, una foglia, il colore e l’odore cangiante della terra.

I quattro amici in questi  anni ne hanno combinate di ogni. Si sono spostati da una parte all’altra della provincia partendo da quell’Alta valle di Non che per loro è domicilio e base di confronto. La loro è una reciprocità tanto forte quanto infrequente nell’universo artistico. Giuseppe Dondi, Alberto Larcher, Roberto Rossi e Fabio Seppi hanno storie e curriculum diversi.

Giuseppe Dondi è un folletto che i più direbbero “giovane dentro”. Shakespeare gli avrebbe certamente affidato un ruolo nel suo Sogno. Lui sa fare in scioltezza la magia più difficile di tutte: emana umanità. La  sua umiltà è un contagio. Il contagio della simpatia. Era un decoratore Giuseppe. E’ diventato abile anche nel dipingere i suoi sentimenti. Dondi ha infornato forme seguendo i complicati dettami del Raku. Adesso s’è buttato sul ferro, e sul rame. E il ferro, il rame, nelle sue mani diventano albero o pianta. Un Geppetto del chiodo e della ruggine. Ma anche quando è fatta di chiodi e di ruggine la natura richiama la vita. E la natura va amata. Va difesa.

Alberto Larcher insegna. Per passione prima che per stipendio. Lo si dice di tanti. Ma con lui, e con il suo collega Fabio Seppi – (entrambi colonne  del Vittoria, il liceo delle arti di Trento) – non si sbaglia. E non si esagera. Larcher va in deliquio di fronte a tutto quanto si butta distrattamente: piatti, bicchieri, piastrelle, ninnoli, eccetera. Il segreto del mosaico – sì perché di mosaici Larcher è innamorato – è il particolare. Ciò che appare insignificante per i più  nell’arte assume significato. Nei mosaici Larcher non assembla solo pezzi, anzi pezzetti, d’ogni tipo e d’ogni storia. Lui assembla il suo sentire: culturale,  sociale e civile. Assembla anche i pensieri, le letture, le parole. E quel ritmo jazz che spesso lo ispira. E così l’arte, un’opera, è un linguaggio dal vocabolario tutt’altro che semplicemente artistico.

Fabio Seppi è un Keith Carradine della forma. La pittura, la stampa, la scultura con lui  vanno a caccia di perfezione e di eleganza. In questo mondo di imperfezioni e di ineleganza lo stile dell’uomo dal codino che ricorda l’attore/cantante di “I’m easy” è un’àncora. E’  qualcosa di prezioso così come sono preziose le dorature che spesso distinguono i suoi lavori.

Roberto Rossi, “Big Jim” per nulla finto,  le ha passate tutte: godendoci. Ha percorso la pittura, il mosaico, l’incisione. E recentemente, ha fatto tappa nella ceramica. L’arte, per lui come per gli altri tre, è cambiamento. Altro non potrebbe essere. Cambiare tecniche e sperimentare. Ma  senza “farsi cambiare” dal rischio dell’ego.

Ecco, l’ego. La presunzione. Sono i pericoli che sempre incombono sui “vissi d’arte”. Ma sono pericoli che il “Gruppo Terrae” non corre. Certo, ognuno dei quattro produce in proprio. Certo le differenze esistono, ci mancherebbe. Ma quando fanno squadra Larcher, Seppi, Dondi e Rossi sono un corpo unico. Anzi, sono un’unica anima lanciata nella missione di fare dell’arte un mezzo e non un fine.

Quando progettano e realizzano i loro interventi sul territorio, (e per il territorio), i quattro artisti si contaminano. Felicemente. Ma soprattutto contaminano chi segue passo passo il loro lavoro. Lo fanno coinvolgendo per scelta  chi vive nei posti dove sono chiamati ad operare con i loro allestimenti artistici. I bambini sono in testa alla lista dei “collaboratori” perché dalla curiosità, dall’entusiasmo acerbo, si può costruire una sensibilità che diventerà adulta. Ma “Terrae  offre occasioni di creatività e fatica anche ai giovani: talvolta ai talenti delle Accademie, altre volte a studenti ed ex studenti dei due docenti del Vittoria. Nel lavoro più recente alla casa di riposo di Taio sono intervenuti i bambini dell’Asilo infantile. A Cles c’è stato spazi per i ragazzi della Cooperativa Kaleidoscopio coordinati dal capace Marco Vender. Per tre giorni hanno lavorato fianco a fianco con il “Gruppo Terrae”. Una lezione artistica? Forse. Un incontro fra storie? Di sicuro.

Tutti artisti e tutti operai quando il “Gruppo Terrae” si mette all’opera. Lavorare nella natura, lavorare con la natura, è sudore. E callo. Ma è anche soddisfazione vera. I progetti di “Terrae” sono un processo, un continuo “itinere”. C’è – ovviamente – uno schema. Non c’è mai, altrettanto ovviamente, rigidità.

La natura è un insieme di elementi che il tempo ed il clima rendono meravigliosamente mutevoli? E allora l’arte in natura del “Gruppo Terrae” non può essere che uno scambio tra uomo e ambiente. Uno scambio continuo. Uno scambio imprevedibile e amico degli imprevisti. La natura è cambiamento. Perché l’arte dovrebbe essere fissità? Il  “Gruppo Terrae” accetta con gioia che la natura con il tempo si appropri delle opere che vengono create. Accetta che le trasformi, che le confonda. Le installazioni del “Gruppo Terrae” sono fatte per integrarsi nella natura. Dalla terra alla terra.

In ogni progetto del  “Gruppo Terrae”  si coltiva la sensibilità di ognuno dei quattro artisti. Crescono le idee di ognuno. Ma l’idea di ognuno va a completare  quella degli altri. Una battuta, perfino uno scherzo, la vista di un tronco o di un ombra, determinano spesso l’opera. Un’opera  che cresce con il crescere della collaborazione tra i quattro e con tutti quelli che con loro accettano una sfida che è insieme artistica e artigiana.

Punti fermi, naturalmente, ce ne sono: l’uso, ma mai l’abuso, degli elementi naturali e della terra cruda, l’ argilla. Ma il punto fermo del lavoro di “Terrae” è che non ci sono punti fermi se non la stima reciproca per le esperienze, la personalità e la sensibilità di ognuno dei quattro artisti.

E’ così che dal 2000 ad oggi l’attività del “Gruppo Terrae” può vantare continuità. C’è stato un crescendo di impegno, lavori sempre più complessi e legittimamente ambiziosi. Lavori che non hanno gonfiato  il portafoglio dei quattro. Loro sono artisti anche del gratuito e della pacca sulle spalle. Insomma, al mondo c’è ancora  chi si sente appagato anche dell’immaterialità di un grazie. O di un bravi. O di un “che bello.

Il  Gruppo Terrae ha lasciato segni. Sono ormai tanti. Ha realizzato tanti “legami”.  Gli inizi con le sculture di terra paglia e la costruzione di un forno in terra cruda al Burrone di Fondo, l’istallazione “Peace” che omaggia Alexander Langer sui prati del Telvera a Bolzano, il grande Orto di Nocciolo “Ortus tortus” a Levico,  “Tracce di passaggio” al laghetto di Ruffrè. Il solidale Giardino per la Musica – Kunst Garten presso il giardino pensile del reparto oncologico dell’ospedale di Bolzano. Le due manifestazioni dove il gruppo ha ottenuto un particolare riconoscimento, l’installazione “Nidi” realizzata al concorso Arte in Malga e “First circle” opera selezionata al concorso Arte Bosco Stenico.

E ora, il passato e la memoria agricola che risvegliano forti sensazioni nelle case di riposo di Taio e di Cles.

Ci sarebbe molto da raccontare. Molto da dire. Ma il lavoro del “Gruppo Terrae” non va descritto. Va visto, vissuto. Va colta la filosofia: dalla terra alla terra. Insomma, il “Gruppo Terrae” prende dalla terra e torna alla terra.  La natura, negli anni, cambia volto e struttura a tutte le realizzazioni di “Terrae”. La natura si appropria dell’arte tanto e più di quanto l’arte non si serva della natura. Quando questo non dovesse più accadere, non ci sarebbe più natura. Non ci saremmo più.

Se l’arte aiuta a capirlo, l’arte fa la sua parte. I quattro amici di Paoli volevano cambiare il mondo. I quattro amici-artisti di Fondo, Sarnonico, Ruffrè e Romallo non vogliono arrivare a tanto. Ma indicano la strada che va dalla terra alla terra mescolando l’argilla alla poesia. Percorrerla, questa strada, non può che far bene.

 

Dal catalogo LEGÁMI – 2017